Cameriere, scusi, ci dev'essere la mia coscienza nella zuppa...me la potrebbe cambiare? non vorrei correre il rischio di ingerirla nuovamente.
![]()
Una delle domande più stupide che mi siano mai state rivolte. Con contegno, disdegno di darvi risposta.
graceandgravity in Prima. La neve, in m...
graceandgravity in "non esiste"
graceandgravity in crack
assenzio come astrazione
birra come brio
pampero come pillola
rum come racconticciolo
vodka come violenza
visitato *loading* volte
E’ che ogni giorno si muore e si inizia a vivere. E che non si deve mai smettere di nascere, ogni mattina, ad ogni parola, ad ogni respiro. Che ci si deve svuotare, si deve dare, dare e dare ancora, finchè lo stomaco non grida, finchè le viscere non sussultano di niente. E’ che ogni domanda esala te stesso e le risposte avute o negate si mettono a riempirti di nuovo. Che ogni frase non deve avere pudore, che nella vita non deve mancare il sale, nella testa non deve mancare il sole. Che quando il potere ti blocca, allora ti devi aggrappare al volere, perché il limite non esiste se non lo si vede. E’ che le lacrime devono essere versate e le rabbie gridate, che soffocare fa male, ti impedisce di morire e ritornare. E’ che la vita non è partenza, tragitto e traguardo, la vita è te stesso che non si guarda e si butta, è continuare a sbagliare, ad indietreggiare e provare ancora e di nuovo… la vita può essere ferma in un punto mentre tu te ne vai e poi torni a prenderla, la vita dev’essere guardata negli occhi e presa a calci o presa per mano, non è un percorso, è un caos che si deve evitare di riordinare. E allora ogni momento implode in se stesso e il risentimento sloggia. Ché non si scrive con il dizionario vicino e non si parla con l’esempio a far da spalla. E’ che noi siamo un po’l’aspettativa dei nostri genitori e un po’l’idea delle persone che ci stanno accanto; siamo sguardi, prospettive e punti di vista. Siamo contraddizioni, male e bene e amore e odio, è che noi non lo sappiamo dove finisce l’uno per lasciar iniziare l’altro.
Potete darmi un letto, una lampada, una penna. Sento le bugie mentre parli, riconosco quello sguardo, l’ho visto mille volte venire e mille volte andare via. Beviamo dei nostri sputi e mangiamo delle nostre ripetizioni. Ridondiamo risonanti e allarghiamo le braccia all’infinito, abbracciando ogni volta l’ardore quando torna e si mischia alla cenere del sentimento protratto.
Potete darmi del cibo, un sogno e un quaderno. Che ogni persona ha il suo odore e io il tuo ce l’ho ancora addosso. Che forse ormai sono diseducata all’affetto, non ho più l’abitudine a ricevere tanto quanto concedo. Come chi vede la neve per la prima volta, come un cane maltrattato che viene accolto e accudito da una famiglia nuova.
C’era l’aberrazione di un giorno strappato. Il concetto di giudizio dilaniato, ferocemente sbranato e pezzi di avvedutezza disseminati nell’atrio spaventosamente sgombro di consolazione. C’era lo strazio di uno sbaglio confuso con l’ardore già smorzato e c’era il sempiterno movimento di ricerca di dolore, di vendetta autoinflitta per sopravvenire ad un effimero sentimento di pace interna.
C’erano l’angoscia narcotizzata, e la mancanza, la mancanza sorda, pesante, greve ed asfissiante che provvedeva a mescolare un’unica immagine ad un unico odore. C’era la sofferenza appena accennata che anticipa il crollo dell’ultimo castello di polistirolo, c’era il pentimento opulento e teso, come un filo di rasoio protratto e affilato, pronto a tranciare la tela di benevola immaginaria serenità trovata. C’era una notte, e nella notte un sogno. Il disintegrarsi graduale, troppo tempestivo, della negata appartenenza alla precedente dimora. Il vento ghiacciato che tornava indietro, vorticava e spaccava in faccia il passato..con quel ricordo, quel ricordo isolato che dipingeva uno specchio in frantumi, e dentro ad esso la fotografia di quell’appartenenza sempre sentita, ancora una volta rinvenuta.
C’era il mutamento, la maturazione di una frattura senza fondo e poi c’era un nome che si ripeteva nell’aria, forse una liana che consentiva il ritorno. Sopraggiungevano l’inerzia, la stasi, e assieme il rancore inespresso. La frana delle circostanze creava uno scempio dove il mondo si travisava in un bacino confuso, martellante di nonsenso, straripante di disagio. C’erano quel dolore pungente al fianco destro e gli occhi che si assopivano sapendo di trovarne altri due dirimpetto al risveglio. C’era un nuovo odore, un altro sesso, la facilità di una scelta che non necessitava di essere compiuta, che si era presa da sola su istruzione di un caso che si era frammesso.
A nessuno dovrebbe mai essere concessa la responsabilità di una fine che non sia già stata scritta.
Prima. La neve, in mano, si scioglie. Ora. Uscire dallo strato cutaneo che ondeggia e s’appoggia a terra stanco. Come non interagire o (sor)volare, una presenza per se stessa dall’alto in basso che solo guarda, osserva e passa avanti. – Allora, ti chiedo come quei vetri possano essere stati presi a caso dall’immondizia per costruire qualcosa di così Stupefacente - . sensazione di ingiustizia appena accennata, il mondo straborda di pattume che per sempre resterà tale. Il corrispondente di “Basta che respiri” qua è “basta che sanguini”. Lo trovo così poco banalmente carnale. – Quindi il contesto culturale influisce così tanto sull’esperienza e quindi sull’esistenza. Quale sarebbe la civiltà che più riesce a sviluppare le tue attitudini innate? Quale la lingua che rende il più possibile espressivo il tuo modo di usare le parole? In un altro luogo saresti più felice solo per il mutamento di qualche superficiale abitudine quotidiana? – Alle calcagna l’amplesso dello stacanovismo servile, il grande padre ozio instaura un regime totalitarista, l’assurdo cieco, sordo e storpio si diverte a lanciare la palla in mezzo al campo da gioco. I fiori sul sepolcro dell’equilibrio appassiscono, ormai è uscito dalla memoria di tutti.
Per Sarah, le sei cose che amo particolarmente.
1. Le parole. sulla carta o sulla bocca, le parole vere, quelle sentite, senza remore, vergogne o pudori. le parole rubate, scambiate, condivise, rise.
2. L'idiozia senza banalità, l'umorismo surreale.
3. La passione negli occhi delle persone, nei loro atti e nei loro discorsi.
4. La birra.
5. Camminare scalza, le cianfrusaglie, le vecchie fotografie, l'atmosfera d'estate.
6. I rapporti veri, le amicizie solide e le emozioni a cui non si dà nome, i sentimenti che si intensificano, che crescono e non scompaiono.
Fatto.
Ah Sarah, mentre tu sgobbi io sono in Spagna a cazzeggiare. Così, tanto per farti innervosire un po'. E infatti nell'elenco volevo inserire anche il punto "Partire senza ben sapere come dove e con chi, vedere, conoscere, incuriosirsi ecc.." ...però le altre cose hanno avuto la priorità.
“Quello che mi provochi è profondo disgusto.” In fondo, le percezioni non smettono mai di essere stonate. Per un po’rimbombano in testa formando quello che il cervello decifra come suono. Poi un bicchiere si frantuma, un dito inizia a sanguinare e la sublime conformazione del – siamo forse sul picco sul mondo vediamo il resto dal di sopra con quel senso di apatica superiorità e fibrillante estasi adrenalinica – perde pezzi come quel fottutissimo bicchiere che decise di scivolare di mano nel preciso istante in cui il sistema nervoso ne aveva piene le palle del suo stato emotivo. Ci si ritrova sul divano con una tazza di caffè che ha il sapore di birra stagna, facendo a finta di interessarsi di quello che il giornale dice riguardo a – che cazzo ho letto prima? - . Rimane una lenta perdita di liquidi interiori, che si trascinano via penitentemente l’emozione. Sopravvive nel centro esatto del corpo, il baricentro formato ora da una cellula pulsante di malasanità. Principescamente avvolto da un panno umido che lascia poco filtrare quel che ha da dire, il baricentro – censurato – si limita a sbuffare, rendendo parzialmente – in modo inimmaginabilmente frustrante – impossibile assaporare la stasi di una situazione lasciata sprofondare in – ecco quello che ci voleva, un pozzo infinito di superficie e birra - . Tornando al bicchiere – levigo vetro lucente ripieno di sostanza ammaliante – nella caduta decise di fermarsi. Appena prima di raggiungere le piastrelle sporche di scarpe e vino, si prese una pausa. Nella mia mente io mi accesi una sigaretta e ascoltai quello che ebbe da dire. mentre i contorni e le facce sfumavano in una maschera confusa, il bicchiere, nel suo ultimo istante di vita, mi regalò un coccio ancora da formarsi – mai nessuno pulendo il pavimento si sarebbe mai e poi mai accorto dell’assenza di un pezzo di boccale - . Sapeva quello che desideravo, il bicchiere. Me lo porse, chiarificandolo, con la preghiera di non rovinarlo, di abbandonare e lasciar stare quella goccia di sangue sgorgante dal dito, simbolo di una recondita sofferenza uccisa dal vento. Poi, vetri sparpagliati e il mondo che torna figura e sfondo. Nient’altro che figura e sfondo. Ora l’importante non è la prima cosa che vidi dopo il viaggio col bicchiere. Bensì quello che non comparve. Alzando gli occhi – pioggia che batte insistente, qualcuno che sicuramente in un angolo sta piangendo, qualcun altro che innalza i calici, ancora qualcuno che muore, mentre nella stanza accanto una donna ride – uno sguardo che si attacca per inerzia, qualcosa che si rompe dentro, la canzone del saluto del giorno precedente che accompagna la riflessione involuta.
Non riuscii - e forse mai riuscirò - a spiegare come il rumore del bicchiere che si frantumava, coincise con un rumore nel petto di qualcosa che, infine, si spezzava.
E'strano come il mondo ad un certo punto cambi forma. Come arrivi al collasso e imploda, e noi diventiamo delle involuzioni di noi stessi. E allora, c'è un istante che vive per se stesso, beffardo, giocoso, prende il posto delle certezze ed inizia la sua partita a poker. Ha in mano una scala reale. Il mondo vero, per questa manche, non ha possibilità e trema, si ritrae ed attende mansueto una mano più favorevole.
Esistono degli eventi che capitano al momento giusto e si inseriscono perfettamente in un contesto da sparpagliare, perchè da solo non riusciva a disincastrarsi dalla rete di sbagli in cui si era involutamente incriccato. Sopravvivono i se. I se restano sempre, ma a volte restano solo sospesi, e aspettano di essere ripescati, prima o dopo. Lo si sente quando un se è un rimpianto oppure è una possibilità futura, e nel secondo caso il se diventa buono, appagante, quasi una rassicurazione.
Ogni esperienza è un insegnamento, ogni cambiamento una maturazione di cui non ci si deve privare. Abbiamo tempo, per tornare indietro, ma adesso l'orizzonte di fronte è talmente benevolo che l'idea di girarmi mi dà solamente l'angoscia che si prova di fronte ad un terribile errore già commesso.
Abbiamo la notte, ancora una volta, ora in modo diverso. Percepisco l'ansia di una novità che abbraccia il caso, lo scorrere di parole che, inaspettatamente, vengono da sole e spazzano via il tempo. Non so quanto questo possa dirsi coincidenza, o fortuna, ma ad un certo punto, questa notte, non è esistito più niente se non una comunione che credevo fosse persa nei ricordi di un altro.
Il giorno è vivo. Oggi, è libero. Mi ascolto per un attimo e mi ascolto con la serenità umida negli occhi. Prendo il sole e non lo lascio andare, prendo le sensazioni e me le tengo strette, perchè è il momento di cambiare.
Non so più scrivere. Non so come sia capitato, ma mi metto davanti allo schermo con il desiderio di liberazione che accompagna uno sfogo, pronta a lasciare che le idee prendano un ordine mentre muovo le mani e non me ne accorgo, e non ce la faccio. Il mio stomaco si blocca. E non riesco a buttar giù niente che abbia di quel che sento.
Oggi c’è un vento freddo. E’strano come a volte il tempo si accordi con i pensieri. I miei pensieri hanno il sapore di vento freddo, oggi. Oggi ho camminato, in salita, fino ad arrivare a quel prato dove, da sedicenne, andavo a fumare di nascosto. Non mi sedevo su quell’erba da sei anni, ma tutto oggi era uguale ad allora. Sono stata là fino a quando mi sono accorta che la sigaretta che avevo fra le dita si era spenta senza che io traessi una boccata di fumo. Poi mi sono alzata senza aver pensato a nulla e ho seguito la strada all’incontrario.
Il mio scrivere ha lo stesso succo di questo episodio. Cerca qualcosa che non trova, si muove nella direzione giusta senza giungere al traguardo.
Quasi mai le persone sanno quello che vogliono. Tante passano la vita a cercare di capirlo. Altre ad un certo punto si trovano di fronte il proprio obiettivo, e capiscono che non è quello che desideravano veramente. Altre ancora per paura scappano. E alcune si lasciano divorare dall’esitazione nell’afferrarlo.
A volte, prendere ciò che si vuole risulta più difficile che lasciarlo andare, anche se a vederlo da lontano sembra cretino, per molti è così veramente.
Alcune persone, però, decidono di tentare.
Raramente vedrete una di quelle persone senza sorriso in faccia.