Cameriere, scusi, ci dev'essere la mia coscienza nella zuppa...me la potrebbe cambiare? non vorrei correre il rischio di ingerirla nuovamente.

Eccomi

Utente: 6nemesis
Una delle domande più stupide che mi siano mai state rivolte. Con contegno, disdegno di darvi risposta.

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sabato, 26 luglio 2008

Una mano fragile ti sfiora. L’afferri, ti lasci accarezzare, la porti via con te. Sei al riparo.       – lo so? –         Hai perso tempo, forse, fino ad ora. Hai lasciato che quel filo sottile di speranza ti si allacciasse intorno alla gola. E che stringesse il nodo. Ancora. E ancora.
Cosa
Ti
è
rimasto?
Il rimpianto di un errore, forse? La vergogna di un abbraccio, il disgusto dell’esposizione senza ripari?                    – Non è rimasto    n   u   l   l   a. –                 La caduta del credo scoppia come un colpo di pistola, acceca come un lampo. Lascia         la           tua         pelle         molle          e          la            testa          senza          orecchie           né               occhi.        Solo          una           bocca           per             URLARE!
Sei seduto e aspetti la persona sbagliata. Sbagliata…Tutte le persone sono sbagliate. – Intendevi dire che sto aspettando la persona che non sta per arrivare. – Giusto. Senti il nodo…il filo di speranza torna a stringere. Voltati e non farti vedere.
“Sei il mio uovo di pasqua. Sai qual è il problema delle uova di pasqua? Che prima o poi si devono rompere”. Come tutto il resto. Siamo fatti di porcellana, siamo più delicati di quanto pensiamo…Ci sgretoliamo.
Stai cercando un appiglio. Ti chiedi dove sia finito quello che stringevi, ti domandi per quanto tempo sei stato         via!            . Quando si arriva al punto di rottura? Quando i mutamenti raggiungono quella linea che li rende evidenti ed irreversibili, a che punto della storia la superano? – Non mi interessa più di cancellarla. – Sarebbe inutile.
 
Come, in un giorno di luglio, la vita raccolse i suoi stracci in un fagotto e se ne andò.
Le vite che se ne vanno devono essere inseguite.
L’inseguimento presuppone un nuovo arrivo.
Arrivo.

Postato da: 6nemesis a 13:34 | link | commenti
assenzio come astrazione

venerdì, 27 giugno 2008
che

E’ che ogni giorno si muore e si inizia a vivere. E che non si deve mai smettere di nascere, ogni mattina, ad ogni parola, ad ogni respiro. Che ci si deve svuotare, si deve dare, dare e dare ancora, finchè lo stomaco non grida, finchè le viscere non sussultano di niente. E’ che ogni domanda esala te stesso e le risposte avute o negate si mettono a riempirti di nuovo. Che ogni frase non deve avere pudore, che nella vita non deve mancare il sale, nella testa non deve mancare il sole. Che quando il potere ti blocca, allora ti devi aggrappare al volere, perché il limite non esiste se non lo si vede. E’ che le lacrime devono essere versate e le rabbie gridate, che soffocare fa male, ti impedisce di morire e ritornare. E’ che la vita non è partenza, tragitto e traguardo, la vita è te stesso che non si guarda e si butta, è continuare a sbagliare, ad indietreggiare e provare ancora e di nuovo… la vita può essere ferma in un punto mentre tu te ne vai e poi torni a prenderla, la vita dev’essere guardata negli occhi e presa a calci o presa per mano, non è un percorso, è un caos che si deve evitare di riordinare. E allora ogni momento implode in se stesso e il risentimento sloggia. Ché non si scrive con il dizionario vicino e non si parla con l’esempio a far da spalla. E’ che noi siamo un po’l’aspettativa dei nostri genitori e un po’l’idea delle persone che ci stanno accanto; siamo sguardi, prospettive e punti di vista. Siamo contraddizioni, male e bene e amore e odio, è che noi non lo sappiamo dove finisce l’uno per lasciar iniziare l’altro.

Potete darmi un letto, una lampada, una penna. Sento le bugie mentre parli, riconosco quello sguardo, l’ho visto mille volte venire e mille volte andare via. Beviamo dei nostri sputi e mangiamo delle nostre ripetizioni. Ridondiamo risonanti e allarghiamo le braccia all’infinito, abbracciando ogni volta l’ardore quando torna e si mischia alla cenere del sentimento protratto.

Potete darmi del cibo, un sogno e un quaderno. Che ogni persona ha il suo odore e io il tuo ce l’ho ancora addosso. Che forse ormai sono diseducata all’affetto, non ho più l’abitudine a ricevere tanto quanto concedo. Come chi vede la neve per la prima volta, come un cane maltrattato che viene accolto e accudito da una famiglia nuova.

Non devono esistere un unico credo, un dogma, un podio di certezze. Le sentenze vanno negate, annegate; non c’è mai la soluzione perfetta. Si deve solo correre, inseguire e togliersi il fiato. Si deve offrire tutto e poco importa se il bilancio termina a sfavore. Si devono scegliere le persone anche per l’appagamento, si deve ridere e smettere di cercare pretesti di schiavitù al compiangimento.

Postato da: 6nemesis a 17:34 | link | commenti
vodka come violenza, assenzio come astrazione

lunedì, 16 giugno 2008

C’era l’aberrazione di un giorno strappato. Il concetto di giudizio dilaniato, ferocemente sbranato e pezzi di avvedutezza disseminati nell’atrio spaventosamente sgombro di consolazione. C’era lo strazio di uno sbaglio confuso con l’ardore già smorzato e c’era il sempiterno movimento di ricerca di dolore, di vendetta autoinflitta per sopravvenire ad un effimero sentimento di pace interna.

C’erano l’angoscia narcotizzata, e la mancanza, la mancanza sorda, pesante, greve ed asfissiante che provvedeva a mescolare un’unica immagine ad un unico odore. C’era la sofferenza appena accennata che anticipa il crollo dell’ultimo castello di polistirolo, c’era il pentimento opulento e teso, come un filo di rasoio protratto e affilato, pronto a tranciare la tela di benevola immaginaria serenità trovata. C’era una notte, e nella notte un sogno. Il disintegrarsi graduale, troppo tempestivo, della negata appartenenza alla precedente dimora. Il vento ghiacciato che tornava indietro, vorticava e spaccava in faccia il passato..con quel ricordo, quel ricordo isolato che dipingeva uno specchio in frantumi, e dentro ad esso la fotografia di quell’appartenenza sempre sentita, ancora una volta rinvenuta.

C’era il mutamento, la maturazione di una frattura senza fondo e poi c’era un nome che si ripeteva nell’aria, forse una liana che consentiva il ritorno. Sopraggiungevano l’inerzia, la stasi, e assieme il rancore inespresso. La frana delle circostanze creava uno scempio dove il mondo si travisava in un bacino confuso, martellante di nonsenso, straripante di disagio. C’erano quel dolore pungente al fianco destro e gli occhi che si assopivano sapendo di trovarne altri due dirimpetto al risveglio. C’era un nuovo odore, un altro sesso, la facilità di una scelta che non necessitava di essere compiuta, che si era presa da sola su istruzione di un caso che si era frammesso.

A nessuno dovrebbe mai essere concessa la responsabilità di una fine che non sia già stata scritta.


Postato da: 6nemesis a 14:15 | link | commenti
vodka come violenza

venerdì, 30 maggio 2008
"non esiste"

Insospettabile. Come fosse stata la prima volta, la caverna imbrunita lasciava sfuggire un gemito del vento. E’ una voce. Leggera che scorre su un braccio. Pelle d’oca. Sedeva solo, paurosamente vuoto di pensieri. Qualche goccia scendeva ripercorrendo il corpo del davanzale, sembrava il colore di quel ricordo che si scioglieva. A volte, la verità si squaglia, si appoggia sotto al tetto e cambia colore. Con la testa sbarrata, prendeva in mano la sensazione di infinito e la accarezzava, mentre sospirava, esalava quello che sarebbe stato un respiro d’addio. Ma come capirlo in quel tempo, mentre la presenza di una mano rassicurante ancora copriva la fronte. Nel mentre gesti banali susseguivano il suo fare, attorno la vita proseguiva la propria esistenza, quando si accingeva a dormire, la vita lanciava i dadi e si spostava di qualche casella oltre. Capita, dopo una nottata simbolica di sogni, di destarsi e trovarsi plasmati da qualcosa che ha agito durante l’assopimento. Capita che l’esterno sia sfumato adagiandosi sui nuovi particolari. Capita di non farci caso ed andare a lavarsi i denti come fosse tutto uguale a prima. Sempre seduto, per proteggerlo i pensieri insistevano nel restare serrati in una cassa da morto. Sentiva in qualche modo, però, che il vuoto del suo sguardo aveva riempito il ventre, ma non si chiedeva il perché.   Allora si alzava, con aria assente se ne andava, attendendo che una risposta lo incontrasse, sapendo che forse sarebbe stato meglio se le strade sua e della risposta fossero rimaste divise. Sarà una sensazione personale, ma quel che sarebbe meglio, non capita quasi mai. Dai al peggio la possibilità di verificarsi e vedrai che puntualmente lo farà. Camminando, in modo poco sorprendente, quindi, incrociava la risposta. Che aria familiare aveva la risposta, ancora gli stessi vestiti, gli stessi capelli, lo stesso sorriso. Si chiese se la risposta se ne fosse mai andata. Riguardando le fotografie si sarebbe poi accorto della sua invisibile presenza accanto. I suoi occhi lentamente iniziavano a non essere più vuoti, solo più tristi, solo più rassegnati ad aver vicino per sempre una risposta scomoda che non aveva chiesto. Intanto l’ultima goccia di verità squagliata si accomodava sul pavimento e lui cercava testardamente nella pozza quello che sapeva non ci avrebbe più trovato. La risposta attendeva pazientemente che l’arresa finale facesse il suo giro completo, e intanto tendeva la mano. In fondo, non era cattiva, era solo parte del mondo, come i piccioni e i tumori. Le mani allora s’incontrarono, rassegnate a passare il resto del tempo vicine. Come fosse stata la prima volta, l’uomo e la risposta continuarono il loro comune cammino.
 

Postato da: 6nemesis a 17:27 | link | commenti (1)
assenzio come astrazione

venerdì, 09 maggio 2008

Prima. La neve, in mano, si scioglie. Ora. Uscire dallo strato cutaneo che ondeggia e s’appoggia a terra stanco. Come non interagire o (sor)volare, una presenza per se stessa dall’alto in basso che solo guarda, osserva e passa avanti. – Allora, ti chiedo come quei vetri possano essere stati presi a caso dall’immondizia per costruire qualcosa di così Stupefacente - . sensazione di ingiustizia appena accennata, il mondo straborda di pattume che per sempre resterà tale. Il corrispondente di “Basta che respiri” qua è “basta che sanguini”. Lo trovo così poco banalmente carnale. – Quindi il contesto culturale influisce così tanto sull’esperienza e quindi sull’esistenza. Quale sarebbe la civiltà che più riesce a sviluppare le tue attitudini innate? Quale la lingua che rende il più possibile espressivo il tuo modo di usare le parole? In un altro luogo saresti più felice solo per il mutamento di qualche superficiale abitudine quotidiana? – Alle calcagna l’amplesso dello stacanovismo servile, il grande padre ozio instaura un regime totalitarista, l’assurdo cieco, sordo e storpio si diverte a lanciare la palla in mezzo al campo da gioco. I fiori sul sepolcro dell’equilibrio appassiscono, ormai è uscito dalla memoria di tutti.

Postato da: 6nemesis a 21:33 | link | commenti (2)
assenzio come astrazione

martedì, 29 aprile 2008
meme

Per Sarah, le sei cose che amo particolarmente.

1. Le parole. sulla carta o sulla bocca, le parole vere, quelle sentite, senza remore, vergogne o pudori. le parole rubate, scambiate, condivise, rise.

2. L'idiozia senza banalità, l'umorismo surreale.

3. La passione negli occhi delle persone, nei loro atti e nei loro discorsi.

4. La birra.

5. Camminare scalza, le cianfrusaglie, le vecchie fotografie, l'atmosfera d'estate.

6. I rapporti veri, le amicizie solide e le emozioni a cui non si dà nome, i sentimenti che si intensificano, che crescono e non scompaiono.

Fatto.

Ah Sarah, mentre tu sgobbi io sono in Spagna a cazzeggiare. Così, tanto per farti innervosire un po'. E infatti nell'elenco volevo inserire anche il punto "Partire senza ben sapere come dove e con chi, vedere, conoscere, incuriosirsi ecc.." ...però le altre cose hanno avuto la priorità.

Postato da: 6nemesis a 18:28 | link | commenti (1)
pampero come pillola

sabato, 12 aprile 2008
crack

“Quello che mi provochi è profondo disgusto.” In fondo, le percezioni non smettono mai di essere stonate. Per un po’rimbombano in testa formando quello che il cervello decifra come suono. Poi un bicchiere si frantuma, un dito inizia a sanguinare e la sublime conformazione del – siamo forse sul picco sul mondo vediamo il resto dal di sopra con quel senso di apatica superiorità e fibrillante estasi adrenalinica – perde pezzi come quel fottutissimo bicchiere che decise di scivolare di mano nel preciso istante in cui il sistema nervoso ne aveva piene le palle del suo stato emotivo. Ci si ritrova sul divano con una tazza di caffè che ha il sapore di birra stagna, facendo a finta di interessarsi di quello che il giornale dice riguardo a – che cazzo ho letto prima? - . Rimane una lenta perdita di liquidi interiori, che si trascinano via penitentemente l’emozione. Sopravvive nel centro esatto del corpo, il baricentro formato ora da una cellula pulsante di malasanità. Principescamente avvolto da un panno umido che lascia poco filtrare quel che ha da dire, il baricentro – censurato – si limita a sbuffare, rendendo parzialmente – in modo inimmaginabilmente frustrante – impossibile assaporare la stasi di una situazione lasciata sprofondare in – ecco quello che ci voleva, un pozzo infinito di superficie e birra - . Tornando al bicchiere – levigo vetro lucente ripieno di sostanza ammaliante – nella caduta decise di fermarsi. Appena prima di raggiungere le piastrelle sporche di scarpe e vino, si prese una pausa. Nella mia mente io mi accesi una sigaretta e ascoltai quello che ebbe da dire. mentre i contorni e le facce sfumavano in una maschera confusa, il bicchiere, nel suo ultimo istante di vita, mi regalò un coccio ancora da formarsi – mai nessuno pulendo il pavimento si sarebbe mai e poi mai accorto dell’assenza di un pezzo di boccale - . Sapeva quello che desideravo, il bicchiere. Me lo porse, chiarificandolo, con la preghiera di non rovinarlo, di abbandonare e lasciar stare quella goccia di sangue sgorgante dal dito, simbolo di una recondita sofferenza uccisa dal vento. Poi, vetri sparpagliati e il mondo che torna figura e sfondo. Nient’altro che figura e sfondo. Ora l’importante non è la prima cosa che vidi dopo il viaggio col bicchiere. Bensì quello che non comparve. Alzando gli occhi – pioggia che batte insistente, qualcuno che sicuramente in un angolo sta piangendo, qualcun altro che innalza i calici, ancora qualcuno che muore, mentre nella stanza accanto una donna ride – uno sguardo che si attacca per inerzia, qualcosa che si rompe dentro, la canzone del saluto del giorno precedente che accompagna la riflessione involuta.

Non riuscii - e forse mai riuscirò - a spiegare come il rumore del bicchiere che si frantumava, coincise con un rumore nel petto di qualcosa che, infine, si spezzava.


Postato da: 6nemesis a 14:41 | link | commenti (2)
vodka come violenza

mercoledì, 02 aprile 2008

E'strano come il mondo ad un certo punto cambi forma. Come arrivi al collasso e imploda, e noi diventiamo delle involuzioni di noi stessi. E allora, c'è un istante che vive per se stesso, beffardo, giocoso, prende il posto delle certezze ed inizia la sua partita a poker. Ha in mano una scala reale. Il mondo vero, per questa manche, non ha possibilità e trema, si ritrae ed attende mansueto una mano più favorevole.

Esistono degli eventi che capitano al momento giusto e si inseriscono perfettamente in un contesto da sparpagliare, perchè da solo non riusciva a disincastrarsi dalla rete di sbagli in cui si era involutamente incriccato. Sopravvivono i se. I se restano sempre, ma a volte restano solo sospesi, e aspettano di essere ripescati, prima o dopo. Lo si sente quando un se è un rimpianto oppure è una possibilità futura, e nel secondo caso il se diventa buono, appagante, quasi una rassicurazione.

Ogni esperienza è un insegnamento, ogni cambiamento una maturazione di cui non ci si deve privare. Abbiamo tempo, per tornare indietro, ma adesso l'orizzonte di fronte è talmente benevolo che l'idea di girarmi mi dà solamente l'angoscia che si prova di fronte ad un terribile errore già commesso.

Abbiamo la notte, ancora una volta, ora in modo diverso. Percepisco l'ansia di una novità che abbraccia il caso, lo scorrere di parole che, inaspettatamente, vengono da sole e spazzano via il tempo. Non so quanto questo possa dirsi coincidenza, o fortuna, ma ad un certo punto, questa notte, non è esistito più niente se non una comunione che credevo fosse persa nei ricordi di un altro.

Il giorno è vivo. Oggi, è libero. Mi ascolto per un attimo e mi ascolto con la serenità umida negli occhi. Prendo il sole e non lo lascio andare, prendo le sensazioni e me le tengo strette, perchè è il momento di cambiare.

Postato da: 6nemesis a 13:27 | link | commenti (2)
birra come brio

martedì, 25 marzo 2008

Non so più scrivere. Non so come sia capitato, ma mi metto davanti allo schermo con il desiderio di liberazione che accompagna uno sfogo, pronta a lasciare che le idee prendano un ordine mentre muovo le mani e non me ne accorgo, e non ce la faccio. Il mio stomaco si blocca. E non riesco a buttar giù niente che abbia di quel che sento.

Oggi c’è un vento freddo. E’strano come a volte il tempo si accordi con i pensieri. I miei pensieri hanno il sapore di vento freddo, oggi. Oggi ho camminato, in salita, fino ad arrivare a quel prato dove, da sedicenne, andavo a fumare di nascosto. Non mi sedevo su quell’erba da sei anni, ma tutto oggi era uguale ad allora. Sono stata là fino a quando mi sono accorta che la sigaretta che avevo fra le dita si era spenta senza che io traessi una boccata di fumo. Poi mi sono alzata senza aver pensato a nulla e ho seguito la strada all’incontrario.

Il mio scrivere ha lo stesso succo di questo episodio. Cerca qualcosa che non trova, si muove nella direzione giusta senza giungere al traguardo.

Quasi mai le persone sanno quello che vogliono. Tante passano la vita a cercare di capirlo. Altre ad un certo punto si trovano di fronte il proprio obiettivo, e capiscono che non è quello che desideravano veramente. Altre ancora per paura scappano. E alcune si lasciano divorare dall’esitazione nell’afferrarlo.

A volte, prendere ciò che si vuole risulta più difficile che lasciarlo andare, anche se a vederlo da lontano sembra cretino, per molti è così veramente.

Alcune persone, però, decidono di tentare.

Raramente vedrete una di quelle persone senza sorriso in faccia.

Postato da: 6nemesis a 19:55 | link | commenti (2)
vodka come violenza

venerdì, 14 marzo 2008

Io non lo so come vadano le cose. Non so bene dire come inizino, soprattutto, però, spesso non riesco a spiegarmi cosa le spinga a finire. So che veniamo al mondo con un patrimonio da sfruttare, con un corpus limitato di potenzialità che è nostro preciso dovere scovare e sviluppare. So che molto, per geni e contesto culturale d’appartenenza, ci è precluso e che dobbiamo farcene una ragione. So che analizzare tutti questi fattori è indispensabile per migliorare la nostra vita e quindi va fatto e basta.
So anche che c’è qualcosa di più. Esiste un’atmosfera impercepibile, una forma fluida che ci bagna o ci scalda, che ci tocca e che nel momento giusto ci lascia soli. A mio modo credo in una presenza elevatrice che fa da dio degli atei. Credo però che faccia parte della terra, degli alberi e del cielo. Che scorra nel sottosuolo e si liberi dove c’è forza vitale. Che stia soffocando nel cemento e nell’asfalto, nelle onde elettriche e nei microchip computerizzati. E perciò, ci abbandona.
Non è colpa dell’uomo, è colpa dell’errore insito nell’uomo e la separazione dalla nostra voce guidante è solo un’altra testimonianza dell’inadeguatezza dell’esistenza umana. Il fatto che, con molta attenzione si possa ancora sentire, ogni tanto, qualche sussurro o qualche carezza, raddoppia lo sbaglio in quanto lascia il presagio di un’immensità che mai si riuscirà ad afferrare.
Lo scontro fra la voce antica e la smania di progresso è creatrice di cultura. Chi sa sentire non può ignorare e quindi crea. Perciò, la conquista maggiore dell’essere umano, a mio parere, è il doppio errore insito in esso, che lo spinge a voler cercare e riprodurre quello che lo sfiora ma che non può agguantare. Penso ad alcune canzoni, immagini, o parole. Penso ad alcune opere che spezzano il fiato e lasciano con una sensazione di bellezza insopportabile, la quale crea una nostalgia color seppia che non so spiegare. Credo sia la nostalgia dalla mia voce, quella che forse ho colto appieno solamente in una sala d’ospedale con il cordone ombelicale ancora da tagliare e che ora scorgo in lontananza solo qualche rara volta. L’arte parla con quella voce, perché essa indirettamente l’ha generata.
Talvolta, anche alcune persone parlano con lo stesso tono. Ma questa è un’altra storia.
 

Postato da: 6nemesis a 23:37 | link | commenti (2)
assenzio come astrazione